Il silenzio della pioggia
Il suono della pioggia, quel ticchettio ritmico e sommesso, stava riempiendo la stanza in penombra. Sul vetro lievi goccioline di pioggia scivolavano verso il basso sulla superficie liscia, attratte dalla forza di gravità. La bifora era appannata, una lieve nebbiolina rendeva la vista verso l’esterno sfocata. Con un dito tracciò una linea orizzontale. Guardò il proprio polpastrello, era bagnato e freddo, rabbrividì.
L’ambiente che la circondava era cupo, rattristato dal clima uggioso esterno e dalla sera che iniziava pigramente a bussare alla finestra. Quella linea orizzontale tracciata sul vetro dal suo calore, si stava lentamente ricoprendo di umidità, la ripasso e tracciò un ricciolo sottostante. Per quanto sembrasse un manico di ombrello, lei sapeva esattamente cosa rappresentava. Il suo cuore l’aveva nuovamente tradita, portandola a riflettere su quell’unica persona che non riusciva a dimenticare, alla quale non riusciva a rinunciare, le mancava più dell’aria che respirava.
Il dolore che percepì al centro del suo petto non era reale, il cuore non provava sentimenti. Guardò nuovamente quella – J – che aveva iniziato a gocciolare. Acqua, limpida e pura come i suoi sorrisi, come i suoi occhi quando la guardava e le diceva – inciampare in te è stata la mia rovina D – per poi scoppiare a ridere mentre le faceva il solletico. Erano i loro attimi e il destino glieli aveva rubati per sempre.
Ripensò a quella volta in cui l’aveva portata al mare, era mezzanotte. La distesa oscura di fronte a loro era pressappoco ferma, quasi non si sentiva l’infrangersi delle onde. Aveva preso dal portabagagli un telo e una borsa. Lì, su quella sabbia ormai fredda e rischiarata soltanto da una luna tendente al rosso, l’aveva abbracciata. Distesi sul un telo azzurro e fissando quella macchia nera, le aveva chiesto di stare con lui per sempre. Cancellò quella scritta sul vetro con l’intero palmo e l’asciugò sui jeans. Con il dorso si sfregò la guancia dove una lacrima solitaria era sfuggita al suo dolore.

Guardò l’orologio appeso alla parete di fronte, dieci minuti e Ron sarebbe rientrato. Accese la luce visto che il buoi era sceso su quella giornata ormai al termine e si spostò in cucina per preparargli la merenda. La porta d’ingresso si spalancò e la voce di suo figlio riempì la stanza. Le corse incontro e l’abbracciò forte.
“Mamma oggi a nuoto è andata benissimo, ho fatto dodici vasche.” Lei gli baciò la testa.
“Wow sei stato bravissimo campione. Ora fila a cambiarti e vieni a fare merenda.” Si staccò da lei e corse in corridoio.
Appoggiato allo stipite della porta della cucina, Colin la stava fissando a braccia conserte. Lei si appoggiò al mobile della cucina con la schiena. Lui rimase ancora un attimo lì, fermo, prima di iniziare a muoversi lentamente verso di lei. Arrivò di fronte, allargò le braccia e si unirono. Colin chinò il volto e chiuse gli occhi.
“Come va oggi Diana?”
“Mi manca.” Lui la strinse un po’ più forte.
“Vorrei dirti che con il tempo migliorerà, ma non è così.” Lei si stacco dall’abbraccio guardandolo senza rispondere.
Ron entrò di corsa nella stanza, si sedette a tavola afferrando il panino al prosciutto e iniziando a mangiare.
“Zio Colin ti fermi a cena?” Gli chiese con la bocca piena. Lui gli scompigliò i capelli.
“Certo campione, ordiniamo la pizza?”
“Siiiiii.” Urlò felice il bambino e Diana guardò l’uomo con riconoscenza.
“Diana fatti un bagno e rilassati, a Ron ci penso io.” Accennò un sorriso facendole l’occhiolino.
Lei lo ringraziò con uno sguardo, aveva bisogno di un attimo per riprendersi, quella maledetta giornata sarebbe finita. L’anniversario della sua morte, il giorno che temeva ogni anno ormai da cinque. Baciò Ron in testa e andò in bagno, domani sarebbe arrivato presto e sarebbe tornata padrona della sua vita, per qualche ora poteva ancora permettersi di lasciarsi andare.
Il giorno successivo quando si svegliò, qualcosa era mutato o meglio qualcosa in lei era diverso. Aveva sognato Jason per la prima volta. Non era mai successo in tutti gli anni precedenti, ma quella notte, in quel sogno, aveva assaporato nuovamente la sua vicinanza.
Aprì gli occhi e guardò il sole che stava sorgendo, i colori rossastri che attraversavano pigri le righe della persiana creavano dei giochi di colori sulla tappezzeria floreale posta dietro la testiera del letto. Si sfiorò le labbra, la sensazione del bacio che J aveva posato dolcemente in quel sogno, le scaldava ancora. Era stato così reale e così semplice. Non ricordava esattamente dove fossero, ma ricordava benissimo lui. Indossava la t-shirt che gli aveva regalato per il suo ultimo compleanno insieme, quella rossa e un paio di jeans sbiaditi. Gli aveva sorriso salutandola e subito dopo aveva allargato le braccia. Lei gli si era gettata addosso e lui aveva riso. Nelle orecchie sentiva ancora il suono allegro e spensierato della sua voce. Poi le aveva accarezzato e capelli e quando aveva alzato il volto, i loro occhi si era uniti come calamitati. Le lacrime avevano iniziato a rigarle il viso, mentre quello di Jason rimaneva sereno.
“Non piangere amore mio.”
“Mi manchi J.”
“Anche tu mi manchi D e anche Ron, ma sono sempre con voi. Non dimenticarlo mai.” Aveva chinato la testa ed affondato il viso nell’incavo del suo collo, J profumava ancora di muschio bianco. Lui aveva nuovamente riso. “D è ora di andare avanti, lo sai tu e lo so io. So che continuerai ad amarmi come farò io.”
“Mi sembra di tradirti J, anche solo nel sentirmi felice.” Lui le accarezzò il viso.
“Non è così, vivi D, fallo anche per me.” Poi l’aveva baciata. Un casto bacio che le aveva infuso sicurezza e serenità. Pochi attimi dopo si era svegliata. Sorrise per la prima volta senza sentire il solito macigno sul cuore. Stava ancora elaborando quella sensazione quando Ron spalancò la porta ed entrò nella stanza. Si gettò sul letto abbracciandola e finalmente dopo quello che sembrava una vita di intorpidimento, si sentì sveglia. La sua alba finalmente era sorta, solo grazie a J.
Il flusso della caligine
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